Le loro colpe e le nostre responsabilità
Nella
vita, in quella degli uomini come in quella dei popoli, alle volte si
vince e altre invece si perde. Occorre però sottolineare che si può
vincere bene o male, così come si può perdere bene o male. Alla luce di
questa premessa dovremmo convenire sul fatto che la vicenda storica che
condusse all’unità d’Italia soffrì, ha molto sofferto e ancora molto
soffre, del mediocre comportamento di entrambe i contendenti. Andrebbe
da parte nostra onestamente riconosciuto con autocritico coraggio il
fatto incontrovertibile che, se da un lato i piemontesi si comportarono
come dei pessimi vincitori, dall’altro noi napoletani fummo dei pessimi
perdenti, che si comportarono in maniera forse ancora peggiore. Resisto
alla tentazione di ritornare sulle malefatte e sulle innumerevoli prove
dell’inopportuna crudeltà dell’esercito piemontese in quella che fu a
tutti gli effetti una guerra civile e sulle ancora più numerose prove
della ottusità politica dei piemontesi come vincitori. Sono tutte cose
documentate, ampiamente descritte e variamente raccontate da autori come
Ciano, Di Fiore, Aprile, Patruno e tanti altri, meritori protagonisti
della stagione di quel nuovo revisionismo storico venuto alla ribalta da
una decina di anni a questa parte. Vorrei invece fare una riflessione
rispetto al comportamento tenuto da noi perdenti, napoletani e altre
genti del Sud, a partire dal momento in cui, centocinquantaquattro anni
fa, perdemmo la guerra e con essa un’indipendenza (?) durata oltre
settecento anni. Poco meno di centocinquanta anni prima, per l’esattezza
l’11 Settembre 1714, i catalani perdevano la loro indipendenza,
sconfitti militarmente dalle truppe spagnole guidate da Filippo V di
Borbone (sic!). Trecento anni fa i catalani persero la guerra contro gli
spagnoli e furono espropriati di quasi tutto; persero il diritto
all’autogoverno e con esso dovettero rinunciare all’utilizzo dei simboli
caratteristici della propria autonomia. Per oltre quarant’anni,
essendosi macchiati della colpa di aver combattuto contro la dittatura
franchista come catalani, ma anche e soprattutto come anarchici,
comunisti e socialisti, furono privati persino della bandiera, della
lingua e del diritto di riunione in numero superiore a cinque individui e
addirittura di danzare la sardana all’uscita dalla chiesa la
domenica. Trecento anni fa i catalani persero militarmente ma non
civilmente, essendo riusciti a conservare sino a oggi un diffuso e
orgoglioso senso di appartenenza che li ha aiutati a rimanere catalani.
Da oltre cento anni in Catalogna l’11 Settembre è giornata di festa
(sic!) per ricordare la sconfitta, ripeto, la sconfitta subita nel 1714!
Nelle scuole di Barcellona, dalle materne all’Università si parla e si
studia in catalano e lo spagnolo è obbligatorio, ma è la seconda lingua
soltanto. Oggi la Catalogna gode di una notevole autonomia ma ancora si
batte per ottenere il riconoscimento di nazione e l’indipendenza e poi,
chissà, riunirsi alla Spagna all’interno di un nuovo patto
federale. Sono passati trecento anni e i catalani continuano a lottare
politicamente e, per conservare la propria memoria storica, continuano a
celebrare una sconfitta!!! E noi?Giovanni Cutolo
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